Tour della Birmania

Tour della Birmania

Autore: Prof. Lino Campesato

Destinazione: Tour della Birmania

Periodo di viaggio: Dicembre 2006

Quando ventidue anni fa chiudevo un entusiasta resoconto del mio primo viaggio in Birmania (il nome inglesizzato di Burma non era stato ancora cambiato in Myarmar) con l'auspicio di poter tornare ( allora il soggiorno turistico era limitato a sette giorni), non pensavo che in quest'arco di tempo ci sarei tornato altre tre volte. L'ultima, agli inizi del mese di dicembre 2006, per accompagnare venticinque amici della Banca di Credito Cooperativo di Campiglia dei Berici per la quale avevo, con il supporto tecnico-organizzativo di Elite Viaggi, organizzato il viaggio. 
Ancora una volta mi sono reso conto che andare in Myanmar costituisce un affascinante salto nel passato. 
Ad appena un'ora di volo dalla frenetica Bangkok, il Myanmar offre atmosfere e situazioni di un' Indocina ancora lontana dal rampantismo delle Tigri del Sud-est Asiatico, uno specchio attuale di quella che poteva essere, circa sessant'anni fa tutta l'Indocina: scenari rurali d'altri tempi, traffico urbano irrisorio, servizi ridotti al minimo, ancorché efficienti, genuinità disinteressata delle persone, ospitalità pura ed autentica. 

Viaggiare in Myanmar equivale riscoprire le vere radici dell'Asia, quelle ambientazioni e quei delicati rapporti umani che, da millenni, mandano avanti un mondo, in passato antitetico all'Occidente, oggi sempre più simile ed omologato. 
Il viaggiatore potrà godersi il tanto che resta a Yangon dell'antico splendore della città, di quando ancora si chiamava Rangoon: passeggiate lungo i laghi urbani, il traffico silenzioso dei risciò nelle strade polverose e l'andirivieni dei monaci e dei fedeli nelle pagode. Insomma, il fascino dell'Oriente ormai introvabile altrove. Basta, per esempio, affrontare uno dei tanti mercati dove si mette in vendita di tutto per arricchirsi di piacevoli sensazioni  e ricordi. Vi verranno offerti gli oggetti dell'artigianato birmano: preziose lacche dai tradizionali colori rosso e nero, contenitori di bamboo, scatole d'argento, arazzi dalle mille sfumature, tante spezie e profumi. 

Un'altra esperienza significativa è visitare i luoghi di culto, cioè le pagode. 
A Yangon, la Shwedagon, la pagoda d'oro dalla cupola enorme attorno alla quale si aprono mille tempietti, è il luogo più sacro della nazione, 'un mistero dorato, una splendida luccicante meraviglia', il simbolo stesso della Birmania. 
Il suo 'stupa' è alto 98 metri e secondo la tradizione buddista conserva al suo interno otto capelli del   Buddha. Esso è impreziosito da tonnellate d'oro, da migliaia di diamanti e altre pietre preziose. 
E' un luogo fatto di preghiere, litanie e mantra di devoti, gesti rituali, cerimonie di cui non si coglie appieno il senso. 

Lasciando la capitale è d'obbligo una sosta sulle sponde del lago Inle, uno specchio d'acqua limpidissimo abitato da pescatori-agricoltori che hanno ricavato con abilità unica, la stessa con la quale remano con una gamba per tenere le braccia libere, orti galleggianti dove coltivano ortaggi e fiori. 
Il lago è al centro dello stato Shan nella parte nordovest del Paese e presenta almeno un altro aspetto curioso. I monaci del monastero che si erge su palafitte nel villaggio al centro del lago hanno addestrato i loro gatti a compiere balzi incredibili, a comando, in cerchi che tengono ad una altezza che supera facilmente il metro. 
Dal lago Inle converrà dirigersi verso Mandalay, la capitale culturale e religiosa del nord che un tempo era la 'città d'oro' del mitico re Mindon. Rispetto a Yangon è più raccolta e meno dispersiva. 
In essa le attrazioni non mancano: da Mandalay Hill con le sue scalinate a spirale e con le sue ampie vedute sulla città e dintorni, la Kuthodaw Paya, il 'più grande libro del mondo' perché intorno allo stupa centrale sono collocate 729 tavole di marmo con inciso integralmente il canone buddista, le cosidette Tripitaka, all'interno di altrettante pagode in miniatura di un bianco abbagliante.
Il grande senso religioso dei birmani si coglie pienamente visitando la Mahamuni Paya, dove l'immagine più venerata è un Buddha di bronzo di oltre 4 metri, forse fuso nel primo secolo d.C., che nel corso degli anni milioni di devoti hanno completamente ricoperto di foglie d'oro formando uno strato di oltre 15 cm.

A Mandalay non si devono mancare le escursioni per visitare le quattro città-capitali 'abbandonate' di Amarapura, Inwa (Ave), Sagaing e Mingun, situate oltre il fiume Ayeyarwady (Irrawaddy). Sono luoghi dove il tempo si è fermato da un bel po'. Questa sensazione di sospensione si percepisce in modo ancora più palpabile percorrendo il lungo ponte in tek vicino al lago Taungtman. Il ponte U Bein, che resiste quasi intatto da circa tre secoli, è una delle mete più classiche del turismo nel Paese, gli stessi birmani si mettono in coda per seguire lungo le assi a volte sconnesse e malferme l'immancabile processione di monaci questuanti.
Se Mandalay affascina, Bagan lascia esterefatti. Le migliaia di cupole che punteggiano la pianura si incendiano a raggi obliqui del sole sia svettando nella foschia mattutina, sia alla magica luce del tramonto.
Il complesso archeologico è sicuramente il luogo più incantevole del Myanmar, se non di tutto il Sudest asiatico.
Dalle rive dell'Ayeyarwady si stende un enorme superficie che ospita migliaia di 'stupa' e di 'patho' che si vedono ovunque lo sguardo giri.
Templi imponenti come l'Ananda, forse il più soggetto a venerazione, il Thatbynnyu, tra i più alti (circa 61 metri), lo Shwezigon ,che, con la sua elegante cupola dorata a forma di campana, diventò il prototipo di tutti gli stupa del Myanmar.
Anche fra questi edifici sacri si può cogliere la spiritualità dei birmani che davanti alle innumerevoli immagini del Buddha, esprimono la gestualità delle loro preghiere, con una devozione forte e convinta.

Saranno queste impressioni, oltre alle numerose splendide cose viste, che, al nostro ritorno, ci faranno sentire la nostalgia  nell'aver lasciato alle nostre spalle un Paese così suggestivo e unico come affermava Rudyard Klipling (letters from the east-1898): 'Questa è la Birmania; e sarà diversa da ogni altra terra che tu possa aver conosciuto'.

Ma, ancora una volta, possiamo consolarci pensando che vi si può tornare ancora!